Godland – H. Palmason

Quasi 1900. A un prete danese con la passione per la fotografia viene assegnata una parrocchia in Islanda. Parte controvoglia per un viaggio periglioso in cui l’amico interprete incontra una morte tragica. E forse è il più fortunato dei due.

In Godland la questione fotografica non è al centro, è letteralmente da tutte le parti, a partire dalla bizzarra scelta di formato 1.33: 1 che ricorda i dagherrotipi di fine Ottocento, poi la scelta di girare in pellicola 35mm e la potente cinematografia di von Hausswolff che ritrae un’Islanda bella e terribile, incompleta come l’Amazzonia di Aguirre (Herzog), una terra in cui pare che il Creatore debba tornare un giorno per finire la creazione.

E come in Herzog, al cuore dell’opera pulsa la lotta impari tra uomo e natura. E ancora la critica postcoloniale che si articola nel rapporto gerarchico tra islandese, lingua natia/naturale, e danese, lingua colonizzante/civile. E ancora una satira intrisa di humor nero alla Lanthimos che graffia l’ipocrisia dei costumi, soprattutto religiosi.

Insomma un film con tre o quattro cuori, come un calamaro, ma altrettanto sguiscio, privo di spina dorsale, che annida in ogni genere senza abitarne nessuno, gettando fumo, anzi inchiostro, in faccia allo spettatore per almeno 40 minuti più del necessario. E come tanti calamari finisce, a dispetto della sua innegabile intelligenza e ammaliante mostruosità, arrostito.

★★½☆☆☆

Un bel mattino – M. Hansen-Love

Traduttrice vedova con figlioletta a carico cerca ricovero per accudire il padre (anziano filosofo afflitto da malattia neurodegenerativa) e trova insperato nuovo amore (vecchio amico cosmo-chimico) che però è sposato.

In questa narrazione di stampo rohmeriano le tensioni sentimentali, familiari, sociali, intellettuali, si aprono come tante parentesi lasciate in sospeso, attraversate dall’espressività straordinaria di Léa Seydoux. Il sospetto è che senza di lei, il film avrebbe avuto ben poco da mostrare e ancor meno da dire: mentre il montaggio sminuzza il racconto in piccoli frammenti muti, Hansen-Love ci regala dialoghi indimenticabili come “Ti amo, ma è complicato” o “Signora Kingsler, abbiamo sentito tanto parlare di lei”.

Forse timorosa di non farsi capire, chiude con una bella cartolina finale da Montmartre che sarebbe perfetta anche per una pubblicità dei Panciok. Magari sarà pure stato “Un bel mattino”. “Un bel film” proprio no.

★☆☆☆☆

I migliori film del 2022

Vortex. Rimando alla recensione di Gangi/Chieppa per OC.

Francia e Argentina protagoniste, come ai mondiali. Apre e chiude la classifica l’Argentina, con il crudelissimo Vortex di Noé, chiude il leggero ma sfizioso Finale a sorpresa. Nel mezzo la sorpresa Saint Omer, recensito per Ondacinema. Ho scritto anche di Nope e Un eroe, gli altri li commenterò a breve.

Flop dell’anno il celebrato Crimes of the future di Cronenberg, che mi ricorda Il giuoco delle perle di vetro di Hesse: scritto con le intenzioni di realizzare un capolavoro, ed è semplicemente la summa di lavori precedenti (che erano migliori). Un lavoro un po’ pedante, un po’ scalcagnato, intelligente in ogni pagina (inquadratura) ma con vari difetti di scrittura e coesione che ne minano il valore.

Classifica:

Red Rocket. Molti l’hanno trovato sottotono, per me è la commedia dell’anno.

1.Vortex (Gaspar Noé)

2.Memoria (Apichatpong Weerasethakul)

3.Licorice pizza (Paul Thomas Anderson)

4.Nope (Jordan Peele)

5.Saint Omer (Alice Diop)

6.Red Rocket (Sean Baker)

7.Esterno notte (Marco Bellocchio)

8.The Fabelmans (Steven Spielberg)

9.Un eroe (Asgar Fahradi)

10.Finale a sorpresa (Gastón Duprat, Mariano Cohn)

Top di categoria:

Van Hoytema non delude in Nope.

Miglior regia…Gaspar Noé (Vortex)

Miglior attore…Simon Rex (Red Rocket)         

Miglior attrice…Tilda Swinton (Memoria)

Miglior sceneggiatura…Alice Diop, Amrita David, Marie NDiaye (Saint Omer)

Miglior colonna sonora…Jonny Greenwood (Licorice Pizza)

Miglior fotografia…Hoyte van Hoytema (Nope)

Miglior montaggio…Sean Baker (Red Rocket)

Miglior opera prima…Laura Samani (Piccolo corpo)

Rivelazione dell’anno…Alana haim (Licorice Pizza)/Gabriel la Belle (The Fabelmans)

Miglior uso del colore…Claire Mathon (Saint Omer)

Novità e visioni, dicembre 2022

Oltre all’uscita del mio volume su Winding Refn edito da Falsopiano, che se non altro è da acquistare per la bellissima copertina (ma è anche molto funzionale se avete una gamba del tavolo più corta), segnalo alcune recenti visioni.

Bones and All, L. Guadagnino ★★★½☆☆

Adolescente invitata a un pigiama party ha un languorino e sgranocchia il dito di un’amica.

Allora fugge e viaggiando on the road scopre persone con gli stessi gusti: un creep (un indimenticabile Rylance) e un fidanzatino (un dimenticabile Chalamet).

L’amore non sazia, ma spesso ci divora.

Succoso

Triangle of Sadness, R. Ostlund ★★☆☆☆

Comincia come una satira intellettuale e continua come “Selvaggi”.

Ezio Greggio almeno non c’è, ma la commedia, ammiccando con eccessiva disinvoltura al pubblico americano delle pop comedy, va comunque alla deriva.

Più che Triangle of Sadness è un triangolo delle Bermuda in cui Ostlund affonda il suo cinema.

Naufragico

The Fire Within: A Requiem for Katia and Maurice Krafft, W. Herzog ★★★½☆☆

Usando il footage pluridecennale di due vulcanologi uccisi da un’eruzione, Herzog compone il solito affresco su una natura fascinosa e terrificante sfidata da personaggi oltre i limiti.

Viene quasi il sospetto che da anni diriga sempre lo stesso film.

Ed è sempre bello.

Sublime

Altri titoli del 2021

Titane, J. Ducournau ★★★☆☆

Bambina con placca di titanio in testa, poi ragazza, ballerina, anzi strip-teaser, anzi serial killer, poi in fuga, diventa ragazzo, anzi figlio, scomparso, anzi ritrovato, di un capo-pompiere, anzi amante, partorisce bimbo di titanio.

40% Cronenberg + 40% Wachowski + 20% Presepio = 100% Palma d’Oro.

Confuso

Il collezionista di carte, P. Schrader ★★★☆☆

Gambler professionista (Isaac) pratica esistenza routinaria e dimessa per dimenticare di aver torturato gentaglia ad Abu Ghraib. Quindi adotta giovane orfano vagabondo e gli insegna il mestiere. Schrader ruba l’incipit a PT Anderson (Hard Eight) e il finale a sé stesso (Light Sleeper). Il poco che resta è originale.

Giàvvisto

Drive My Car, R. Hamaguchi ★☆☆☆☆

Regista scopre che la moglie lo tradisce con giovane attore. Lei lo lascia, nel senso che muore. Lui si confiderà con la sua autista, una giovane taciturna che ha alle spalle un passato di abusi.

Lungo melò Murakamiano, emotivamente vistoso e ridondante, davvero poco giapponese: gente che si abbraccia nella neve sussurrandosi che bisogna andare avanti.

Acclamato ovunque come un capolavoro. Ma non è colpa mia.

Ce-la-faremico

[1] Nicolas Winding Refn. La vertigine del fato

Estratti e riferimenti dal mio prossimo volume (in uscita per Falsopiano nel 2022).

Sopra, Mean Streets, M. Scorsese, 1973. Sotto Pusher, N. Winding Refn, 1996.

In Pusher, esordio di Nicolas Winding Refn, ritroviamo “il senso di opprimente fatalismo, di repressione emotiva, di violenza endemica e autodistruttiva, la sessualità ansiogena, irrisolta e infine il realismo autodafé, la cinematografia granulosa e i viraggi forti, retaggio di quel cinema americano underground, low-budget e fieramente periferico, gli irripetibili anni di Karel Reisz, Tobi Hooper, Martin Scorsese, John Cassavetes, William Lustig…”

Qui, il confronto tra due piani medi al bancone di un bar rivela tre importanti dettagli. Il primo, una tensione latente pronta a esplodere in qualsiasi momento. Il secondo, una passione per i cromatismi accesi, con un colore in particolare – in questo caso, il rosso – che satura l’inquadratura fino a trascendere la semplice funzione descrittiva o simbolica, configurandosi piuttosto come un evento, denso e irriducibile nella sua pregnanza visuale. Terzo, che Harvey Keitel era in gran forma.

Best of 2018

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Non senza qualche indecisione, allego il mio best of dei film usciti (e visti) nel 2018.

1. Un affare di famiglia (Hirokazu Kore’eda)
2. Il filo nascosto (Paul Thomas Anderson)
3. Roma (Alfonso Cuarón)
4. L’albero dei frutti selvatici (Nuri Bilge Ceylan)
5. Dogman (Matteo Garrone)
6. Mektoub, My Love: Canto uno (Abdellatif Kechiche)
7. Visages, Villages (JR, Agnès Varda)
8. Il sacrificio del cervo sacro (Yorgos Lanthimos)
9. Ex Libris – The New York Public Library (Frederick Wiseman)
10. Un sogno chiamato Florida (Sean Baker)

10 anni di Ondacinema

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In occasione del decennale di Ondacinema, abbiamo selezionato i film più significativi del decennio 2008-2018. Qui di seguito la mia cinquina:

L’atto di uccidere di Joshua Oppenheimer (2012)
Still Walking di Hirokazu Kore’eda (2008)
Melancholia di Lars Von Trier (2011)
Il nastro bianco di Michael Haneke (2009)
The Master di Paul Thomas Anderson (2012)

Bertolucci in tre parole

Erotismo

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Ultimo tango a Parigi, 1972

Secondo Bertolucci, “senza ’68 non ci sarebbe stato Ultimo tango a Parigi“. Il suo cinema, pullulante di lubriche fantasie e ossessioni private, va contestualizzato nell’ambito della sexual liberation che gradualmente permise la rivalutazione dell’erotismo come forma espressiva, anche al cinema (Bertolucci in Italia, Oshima in Giappone, Jaeckin in Francia, Franco in Spagna…)

In questo senso Ultimo tango, circonfuso ancora oggi da una ingenerosa cattiva fama (burro e affini), è uno dei film più rappresentativi del cinema di Bertolucci. La parabola sentimentale di Schneider e Brando, che lasciano le proprie identità al di fuori del pied-à-terre dove si incontrano, valorizza la dimensione estatica dell’erotismo, in senso etimologico – ex-stasis, “esser fuori da sé stessi”.

 

Esotismo

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Il tè nel deserto, 1990

La dimensione estatica non è però una condizione tipica del solo erotismo. Piuttosto, è un’aspirazione caratteristica dei personaggi bertolucciani, che cercano nella fuga la liberazione dal malcontento endemico di una classe borghese agiata e insoddisfatta. L’esotico assume quindi le sembianze di un orizzonte estraniante e (illusoriamente) salvifico.

Come il deserto nel Tè nel deserto, adattamento patinato e decadente del romanzo The Sheltering Sky di Paul Bowles, poco amato dalla critica malgrado la roboante colonna sonora di Ryuichi Sakamoto, la ricercata cinematografia di Vittorio Storaro e gli incantevoli paesaggi del Maghreb.

 

Fotografia

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Il conformista, 1970

Ovvero, in senso etimologico, “scrivere con la luce” (phos-graphia). È quello che ha fatto Vittorio Storaro, cinematographer di Bertolucci da Il conformista a Piccolo Buddha (1970-1993). Vincendo nel frattempo tre Oscar, per Apocalypse Now (Coppola 1979), Reds (Beatty 1981) e L’ultimo imperatore (Bertolucci 1987).

La raffinata fotografia di Storaro, ispirata alla teoria dei colori di Goethe, adopera la dialettica di ombra e luce come un linguaggio capace di veicolare concetti e condizionare la sfera percettiva dello spettatore. Gli effetti sono già visibili nel primo lavoro che sancì la collaborazione fra Bertolucci e Storaro, Il conformista, nel quale tormenti e conflitti vengono espressi in chiave cromatica, prima ancora che narrativa: “i colori blu, azzurro, violetto, verde, giallo, arancio, si trovano situati tra due limiti estremi, il nero e il bianco, che sono anche i due limiti opposti della vita, il buio e la luce” (Storaro su Taxidrivers, 2010).